Storia di Catania
11.1 L'Elefante di Catania
L
La
colonna sostenuta dal dorso dell’elefante è un obelisco egiziano, di granito
ottagonale di Siene, alto 3.61 metri e contenente geroglifici relativi al culto
di Iside, culto che dovette essere fiorentissimo nella Catania antica, e che ha
evidenti punti di contatto con il culto cristiano di S. Agata. La sistemazione
vaccariniana (che fu manomessa nel 1757 con una prima vasca, nel 1826 con l’aggiunta
di una cancellata di ferro, oggi rimossa, e nel 1905 con la costruzione di una seconda vasca)
unisce le tre grandi civiltà che formano il sostrato storico-civile di Catania:
quella egizia, quella sicula e quella cristiana. L’egizia è rappresentata
dall’obelisco, che ci fa fede dei commerci e della vitalità raggiunta da
Catania in epoca antica; quella sicula è rappresentata dall’elefante di
pietra; ed infine quella cristiana è rappresentata dalla tavoletta metallica,
con l’iscrizione agatina MSSHDEPL ("Mens Sanctra Spontaneus Honor Dei Et Patriae Liberatio",
ovvero "mente
sana e casta per l'onore di Dio e per la libertà della patria", [6]).
La fontana è ornata da putti e da due bassorilievi che raffigurano i due fiumi di Catania, il Simeto e l'Amenano. Il Simeto è il fiume più importante della Sicilia. Ovidio lo cantò in versi che sono scolpiti sul basamento della fontana; gli Arabi lo chiamavano "il fiume di Mosè" ed è celebre perché le sue acque trasportano l’ambra, la resina fossile che i "sicali" raccolgono pazientemente tra le sabbie della foce, e che i gioiellieri catanesi trasformano in preziosi e ricercati monili. Il fiume Simeto è anche legato alle leggende di S.Agata, perché si dice che nelle sue acque abbia trovato la morte Quinziano, il feroce persecutore della giovinetta catanese. Nel piedistallo della fontana, il fiume Simeto è rappresentato come un re barbuto, seduto tra una conchiglia che versa acqua, simbolo di fecondità, e una vanga, simbolo della feratilità delle terre della piana di Catania, che il Simeto irriga [1].
I catanesi sono molto legati al loro simbolo civico, tanto che il 30 maggio 1862 ci fu una vera e propria sommossa popolare, guidata da Bonaventura Gravina, capitano della Guardia Nazionale, perché si era sparsa la voce che il Comune intendesse trasferire il "liotru" dalla centralissima Piazza Duomo alla periferica piazza Palestro [1].